Io sono qui,
ma dove sono stata per essere qui? O meglio, cosa ho fatto finora?
Si dice che siamo quello che facciamo, e non è ciò che sogniamo a definirci.
Nasco 38 anni fa al crepuscolo di una Domenica di Novembre.
Mia madre mi ricorda spesso che fin da bambina le ho dato filo da torcere.
Porto come segno del mio essere testarda, orgogliosa e ribelle, due impercettibili ma purtroppo esistenti cicatrici sulla guancia sinistra, risultato di un pizzicotto datomi da lei in un momento di stizza ed ancora non camminavo...
Porto come segno del mio essere testarda, orgogliosa e ribelle, due impercettibili ma purtroppo esistenti cicatrici sulla guancia sinistra, risultato di un pizzicotto datomi da lei in un momento di stizza ed ancora non camminavo...
Quel gesto è stata la predizione della distanza inevitabile che si è poi creata tra noi.
Delle scuole materne ricordo un vestitino stampato con dei fiorellini e delle balze colorate, un palco, la signora Gina in platea (dirimpettaia e surrogata di mia madre) io che le corro incontro piangendo perché non era lei che avrei voluto abbracciare.
Delle elementari invece ricordo una bambina timidissima, impacciata, distratta, sognante, talvolta isolata dagli altri; un calcio dato con forza tra le gambe di un ragazzino che si burlava di me e la mia gioia nell'averlo lasciato a terra sofferente.
Delle medie, le selezioni per la corsa campestre di Agnano e il mio successivo ultimo posto conquistato con grande dignità, perchè a differenza delle mie amiche che si fecero prelevare da un auto durante il percorso, io fui l'unica del gruppo a voler perdere con onore varcando lo stesso il traguardo.
Avrei dovuto capire già all'età di 13 anni quanto la mia vita sarebbe stata sanguigna e ineluttabilmente complicata.
Avrei dovuto capire già all'età di 13 anni quanto la mia vita sarebbe stata sanguigna e ineluttabilmente complicata.
Di quegli anni ricordo anche una panchina su cui sedevo durante i tornei di mini volley, una bici con il cestino bianco di vimini, i capelli cortissimi tagliati come un riccio, uno spolverino arancione, una radio tappezzata di adesivi, un insulto gridatomi dalla platea durante un concorso canoro, ma anche il mio meritato (almeno credo) secondo posto.
Invece, l'immagine dell'adolescenza la potrei sintetizzare parlando della mia vespetta bianca, U. il mio primo amore, i tuffi con lui dalla tavola da surf alle otto di sera, i nostri balli sfrenati accanto al jukebox, i baci al sapore di sale e il vento sulla faccia.
E qualche anno più tardi, il primo momento di felicità assoluta.
Non un lui, non un viaggio, non una macchina, non un armadio ricolmo di abiti, non un cassetto pieno di trucchi e gioielli, ma semplicemente la musica, metaforicamente e concretamente parlando.
Dopo mesi di grandi risparmi accumulati in seguito al mio primo impiego, finalmente nella mia camera regnava un degno impianto Hi Fi firmato "Technics".
Ricordo che rimasi sveglia tutta la notte a guardare le lucine blu che mi illuminavano gli occhi e mi riscaldavano il cuore.
E' stato uno dei regali più belli che mi sia mai fatta. Anzi è stato il regalo.
Nel frattempo P. e il mio tenero amore idealizzato per lui.
Poi lui. Il danno. Forse anche l'amore.
Oggi sempre alla ricerca di quell'anello mancante!