giovedì 14 marzo 2019

Dell'amore e le sue allucinazioni.

Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell'aria, tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla 'compassione' (la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni) verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza. 
E l'amore che s instilla tra loro è un sogno allucinato, l’idillio, la nostalgia del Paradiso, la vertigine, la sensazione che si prova all’avvicinamento di poli contrapposti che da una distanza immensa arrivano a toccarsi. 
Questo accade tra i personaggi del mio romanzo preferito, ovvero “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera nel quale si forma il quadro perfetto delle affinità elettive.

Per lungo tempo mi sono identificata in Tereza, uno dei personaggi chiave, cullata dall'alternarsi della pesantezza e leggerezza delle mie emozioni, sentendomi talvolta addirittura speciale per aver vissuto un amore romanzesco con un lui colpevole del mio destino incompiuto.

Il lui in questione non è più la persona dall'animo sensibile che un tempo mi ha fatto innamorare, non è una persona che pratica il rispetto, non è più degno di stima.
Oggi è un un autentico egocentrico che si pavoneggia della sua vita dissoluta ignorando di essere una persona profondamente debole e chiaramente vittima di se stesso.

Pur dividendo lo stesso tetto e letto con la donna di sempre, attraverso messaggi, dediche in musica o patetici complimenti, dopo più di due decenni dalla fine della nostra relazione, continua a fare l’adulatore rispolverando un romanticismo al sapore di muffa, semplicemente per regalarsi un momento di vitalità o vanità.

Ha fatto della menzogna il suo stile di vita.
Sguazza in mondi paralleli, in dimensioni irreali e surreali senza accorgersi della commedia che recita ogni giorno.
E’ una maschera. Un animale non addomesticato. 
Una persona che ha sempre ignorato la leggerezza con cui ha banalizzato i miei sentimenti, il modo brutale con cui mi ha lasciato andare via dopo essersi preso tutto di me rendendo il mio corpo esangue.

Per anni ho sentito il dolore vivido sulla mia pelle.
I tanti sensi di colpa per non essermi saputa difendere, mi hanno annichilita, hanno creato in me un senso di inadeguatezza e spesso mi sono sentita non meritevole di nulla. Mi sono sentita il "niente”.

Ma la sofferenza non sovrasta le nostre vite per farci un torto. Per inondarci di dolore gratuito.
Arriva per evolverci, per regalarci una versione migliore di noi stessi. Per farci sentire più aderenti a quella parte nascosta di noi, quella che fa rumore e che ignoriamo per paura di udire il nostro severo grillo parlante.
E chi non si ascolta, inevitabilmente si ammala.

Le ripide salite, le curve e i tratti impervi sono stati tanti ma finalmente è arrivato nella mia vita uno spiraglio di luce .
Ho iniziato a sfilare, se non tutte, molte delle spine che lui incoscientemente ha lasciato in ogni angolo del mio corpo, ed oggi quelle ferite fanno meno male perché so di non essere una donna debole, ma fragile e in quanto tale mi sono accolta è in parte, perdonata.
Esattamente come Eco, insicura, sensibile, ingenua, generosa, spesso in balia del vento, avendo bisogno di sentirmi grandiosa, utile, compiacevo lui, senza accorgermi che nel frattempo mi annullavo.
Lui dall’altro canto da bravo narcisista, bisognoso di sentirsi "importante", si serviva di me per nutrire il suo smisurato ego, evidentemente ancora affamato.

Eppure un tempo, tutto sembrava un incastro perfetto, eravamo certi che il nostro amore sarebbe sopravvissuto a crolli e tempeste e che nulla avesse scalfito il desiderio di essere sempre in piedi l'uno di fronte all'altro, occhi negli occhi, respiro contro respiro, mani nelle mani, solo per  trovare un gesto, una melodia, uno sguardo salvifico, forse "l’eternità"! 

Abbiamo chiaramente confuso la passione, l'alchimia, la chimica, con “l’amore", quello sacro e sano, in cui non si ha il bisogno di compiacere ma si ha principalmente voglia di piacersi per stare bene "anche" con l’altro.

Ho letto da qualche parte che "la tempesta" in amore o presunto che sia, non è mai una scelta, è un ordine. E noi abbiamo obbedito alle sue regole religiosamente raggiungendo vette altissime per poi cadere in picchiata libera con le ali bruciate.


Ma la vita, quella vera, quella di tutti i giorni fatta di slanci e di passi all’indietro, non è un poetico volo pindarico, non è un romanzo, è tutt’altra storia, una gran bella storia che abbiamo deciso di scrivere separatamente in cui Eco ha riacquistato la voce mentre l'immagine di Narciso è rimasta immutata.
Quindi ciò che rimane non è altro che il ricordo di una vertigine. Una allucinazione!