lunedì 15 ottobre 2018
Chiamami con il tuo nome
L'estate del “primo amore” è quei momenti che si piantano nella nostra memoria e germogliano malinconia: l'ebbrezza dell'incontro e la gioia della scoperta, gli inevitabili tormenti e la sofferenza della separazione? Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name) parla di questo e di tanto altro. Pluri-premiato, pluri-acclamato e pluri-applaudito (ha ricevuto una standing ovation di 10 minuti la più lunga della storia del New York Film Festival), il film di Luca Guadagnino, un’ode alla giovinezza e alle passioni fugaci.
Estate 1983. Elio (Timothée Chalamet) è un diciassettenne italoamericano di origine ebraica che trascorre le vacanze nella signorile casa di famiglia. Giornate sospese in compagnia dei familiari in un ozioso benessere borghese senza tempo, tra cultura e ottimo cibo. Ma l'arrivo di un estraneo, il ricercatore universitario Oliver (Armie Hammer), manda in frantumi la cristallizzata monotonia: il ragazzo non solo innesca un dialogo tra i presenti assopiti, ma li porta anche a patti con se stessi. È a questo punto che Elio scopre aspetti ancora ignoti della propria sessualità, e tra gite in bicicletta, bagni al fiume e incontri con una coetanea, pensa a Oliver finché finalmente non trova il coraggio di confessargli il proprio amore.
Mentre il romanzo di Aciman è ambientato in Liguria, Guadagnino ha scelto per il suo film una location lontana dal mare, vicino alla città di Crema, in Lombardia, dove il regista abita. La postazione principale della residenza dei Perlman era una casa familiare disabitata a Moscazzano. Sei settimane prima dell’inizio della produzione, i realizzatori, tra cui la set decorator Violante Visconti (la pronipote di Luchino), hanno gradualmente arredato il posto con dei mobili, degli oggetti e delle decorazioni che la famiglia Perlman avrebbe potuto accumulare durante tutta la vita.
Non è un film sull'amore gay. Ha detto il regista: «Non penso sia un film su una storia d'amore gay, per me è più un film sull'aurora di una persona che diventa un'altra persona, un film sul desiderio che non conosce definizioni di genere. E infine è anche un film sulla famiglia: ho molto pensato che potesse essere il primo passo verso il canone disneyano, inteso come un tipo di racconto emotivo in cui il gruppo di famiglia è un luogo in cui ci si migliora a vicenda».
Incredibile, uno dei film migliori degli ultimi anni.
Sicuramente non è per tutti: sottile e sofisticato, mai banale nella sua apparente semplicità, delicato e sensuale, forte e malinconico, scava nel profondo e ti resta dentro, ed è questo ciò che un film del genere dovrebbe suscitare!
Interpretazioni magistrali ( il giovane Timothée Chalamet è da oscar ) regia ineccepibile, colori, musiche, dialoghi, ogni singolo momento è di pura bellezza. Perchè è anche di questo che si parla, di bellezza, pura, classica, la bellezza del desiderio. Di noioso ha solo il fastidio della gente che non capendolo lo definisce tale.
Prevedo che il dialogo con il padre sarà ricordato a lungo nel cinema:
Quando meno te lo aspetti, la natura ha astuti metodi per trovare il tuo punto più debole. Tu ricordati che sono qui. Adesso magari non vuoi provare niente, magari non vorrai mai provare niente e, sai, magari non è con me che vorrai parlare di queste cose. Però prova qualcosa, perché l’hai già provata. Senti, avete avuto una splendida amicizia, forse più di un’amicizia, e io ti invidio. Al mio posto, un padre spererebbe che tutto questo svanisse, pregherebbe che il figlio cadesse in piedi ma non sono quel tipo di padre. Strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite che finiamo in bancarotta già a trent’anni. E abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova, ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa…che spreco. Ho parlato a sproposito? Allora, dico un’ultima cosa. Per chiarire meglio. Forse ci sono andato vicino, ma non ho mai avuto una cosa così. Qualcosa mi ha sempre frenato prima, si è messa di mezzo. Come vivrai saranno affari tuoi, però ricordati: il cuore e il corpo ci vengono dati soltanto una volta e, in men che non si dica, il tuo cuore è consumato e, quanto al tuo corpo, a un certo punto nessuno più lo guarda e ancor meno ci si avvicina. Tu adesso senti tristezza, dolore, non ucciderli, al pari della gioia che hai provato.
domenica 14 ottobre 2018
La mia Africa
Regia di Sydney Pollack con Meryl Streep, Robert Redford
America 1985
Nel 1914, la ricca danese Karen Blixen sposa con un matrimonio d'interesse il barone svedese von Blixen-Finecke e si trasferisce insieme a lui in Kenya, per occuparsi di una piantagione di caffè. Mentre è in Africa a gestire la proprietà Karen, trascurata dal marito, conosce l'avventuriero inglese Denys Finch-Hatton e si innamora di lui; ma nel frattempo, la donna dovrà affrontare numerose difficoltà.
La mia Africa è l'adattamento cinematografico del celebre romanzo autobiografico della nota scrittrice Isak Dinesen (pseudonimo della stessa Karen Blixen), prodotto e diretto nel 1985 dal regista di Come eravamo Sydney Pollack e sceneggiato da Kurt Luedtke, che si è ispirato anche a due biografie della Blixen e di Finch-Hatton. In oltre due ore e mezzo di durata, l'opera di Pollack racconta la vita della baronessa danese Karen Blixen negli anni compresi fra il 1914 e il 1931, la sua esperienza nel continente africano e la tormentata passione per l'avventuriero Denys Finch-Hutton; ad interpretare i ruoli dei protagonisti sono due attori del calibro di Robert Redford e Meryl Streep. Realizzato con un notevole sforzo produttivo, La mia Africa si è rivelato uno dei maggiori successi del decennio (240 milioni di dollari d'incasso) ed ha ricevuto le lodi unanimi della critica, aggiudicandosi ben sette premi Oscar (tra cui miglior film, regia e sceneggiatura) e tre Golden Globe.
Costruito come un film dal respiro classico, La mia Africa si propone da una parte come una tradizionale love-story cinematografica, ricca di momenti romantici e struggenti (ma senza mai scivolare nel patetico); dall'altra, invece, la pellicola di Pollack è soprattutto il viaggio spirituale di una donna alla scoperta di un continente selvaggio e sconosciuto, ricco di mistero e di fascino. Oltre ai ricordi dell'Africa, un altro elemento di rilievo della trama è il topos del racconto e del potere immaginifico della parola: Karen, la scrittrice, è anche la donna capace ammaliare gli ascoltatori con le proprie favole; storie create dal nulla e narrate durante la notte, come Scheherazade. A fare da sfondo alle vicende c'è poi il suggestivo paesaggio africano con i suoi panorami mozzafiato, splendidamente fotografati da David Watkin.
In questo film lirico e contemplativo, confezionato in maniera impeccabile, un apporto fondamentale è costituito dalla mirabile interpretazione della protagonista Meryl Streep, che per il ruolo della Blixen ha imparato perfino a parlare in inglese con accento danese. Nella colonna sonora, oltre alle composizioni di Mozart ascoltate dalla Blixen con il giradischi regalatole da Denys, anche le meravigliose musiche di John Barry (inclusa la stupenda Flying over Africa), premiate con l'Oscar.
Se mi annoio mi sento vecchissima - Coco Chanel
COCO AVANT CHANEL - Film di Anne Fontaine. Con Audrey Tautou Francia 2008
Una bambina che viene mandata con la sorella in un orfanotrofio nel centro della Francia e ogni domenica aspetta invano che arrivi il padre a cercarla. Un'artista di cabaret con una voce fioca che canta per un pubblico di soldati ubriachi. Una umile sartina, che cuce orli nel retro di una sartoria di provincia. Una giovane, magrissima mantenuta, a cui Etienne Balsan, il suo amante, offre un rifugio sicuro, tra ozi e piaceri. Una donna innamorata che sa che non sarà mai la moglie di nessuno e rifiuta di sposarsi persino con Boy Capel, l'uomo che ricambia il suo amore. Una ribelle che trova opprimenti le convenzioni del suo tempo e indossa gli abiti dei suoi amanti. Questa è la storia di Gabrielle 'Coco' Chanel che, da ostinata orfana, attraverso un percorso straordinario, diventa la leggendaria creatrice d'alta moda che ha incarnato la donna moderna ed è diventata un simbolo di successo, libertà e stile.
La bellezza non sta ne dentro ne fuori, sta nell'aria che ti circonda.
mercoledì 10 ottobre 2018
Grazia Deledda- unica donna Italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura
Nacque a Nuoro il 27 settembre 1871 da famiglia agiata. Frequentò le classi elementari solo fino alla quarta, mentre i suoi fratelli poterono completare gli studi superiori. Dopo la morte precoce del padre, ancora adolescente seguì in campagna il fratello Andrea, che amministrava il patrimonio familiare. Pur mantenendo forti legami con la natura e con la primordiale società dei pastori sardi, si dedicò a letture appassionate e cominciò a scrivere e a spedire le sue prime novelle ai giornali (Sangue sardo apparve nel luglio 1888 in L’ultima moda). Dal 1889 iniziò a collaborare a La Sardegna e ad altri periodici sardi. Nel 1890 pubblicò la raccolta di racconti nell’azzurro, vicini per ispirazione ai modelli della narrativa popolare.
Nel 1892 Natura e Arte, la rivista di Angelo De Gubernatis, la coinvolse in un progetto nazionale di studi sul folklore locale: i materiali da lei raccolti apparvero in rivista e poi in volume (Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, 1895). Sempre nel 1892 uscì il romanzo Fior di Sardegna, ispirato all’opera di Matilde Serao e a Storia di una capinera di Giovanni Verga. I successivi romanzi (Anime oneste, 1895, e La via del male, 1896) ebbero prefazioni di Ruggero Bonghi e di Capuana. Man mano la Deledda precisava e approfondiva i suoi temi caratteristici: l’etica patriarcale del mondo sardo e le sue atmosfere ancestrali, fatte di affetti intensi e selvaggi. Nacquero così altri romanzi (Il tesoro, 1897; il vecchio della montagna, 1899 ecc.), novelle e poesie.
Nel gennaio 1900 sposò un funzionario ministeriale e si stabilì con lui a Roma, ma non trovò, nella capitale, la vita aristocratica e mondana sognata leggendo i romanzi di D’Annunzio. Visse sempre appartata; uniche eccezioni un viaggio a Parigi nel 1910 e poi il premio Nobel ritirato nel 1926 a Stoccolma. Tra i suoi romanzi ricordiamo Elias Portolu al vento (1903), Marianna Sirca (1915), L’incendio nell’uliveto (1918), La madre (1920, ripubblicato in inglese nel 1928 con prefazione di D.H Lawrence). La sua autobiografia romanzata, Cosima, uscì postuma nel 1937. Morì a Roma nell’agosto 1936.
Nel 1892 Natura e Arte, la rivista di Angelo De Gubernatis, la coinvolse in un progetto nazionale di studi sul folklore locale: i materiali da lei raccolti apparvero in rivista e poi in volume (Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, 1895). Sempre nel 1892 uscì il romanzo Fior di Sardegna, ispirato all’opera di Matilde Serao e a Storia di una capinera di Giovanni Verga. I successivi romanzi (Anime oneste, 1895, e La via del male, 1896) ebbero prefazioni di Ruggero Bonghi e di Capuana. Man mano la Deledda precisava e approfondiva i suoi temi caratteristici: l’etica patriarcale del mondo sardo e le sue atmosfere ancestrali, fatte di affetti intensi e selvaggi. Nacquero così altri romanzi (Il tesoro, 1897; il vecchio della montagna, 1899 ecc.), novelle e poesie.
Nel gennaio 1900 sposò un funzionario ministeriale e si stabilì con lui a Roma, ma non trovò, nella capitale, la vita aristocratica e mondana sognata leggendo i romanzi di D’Annunzio. Visse sempre appartata; uniche eccezioni un viaggio a Parigi nel 1910 e poi il premio Nobel ritirato nel 1926 a Stoccolma. Tra i suoi romanzi ricordiamo Elias Portolu al vento (1903), Marianna Sirca (1915), L’incendio nell’uliveto (1918), La madre (1920, ripubblicato in inglese nel 1928 con prefazione di D.H Lawrence). La sua autobiografia romanzata, Cosima, uscì postuma nel 1937. Morì a Roma nell’agosto 1936.
Nelly Bly la ragazza che invento il giornalismo d'inchiesta e che fece il giro del mondo in 72 gg
Elizabeth Jane Cochran, in arte Nellie Bly, aveva fegato. Era il settembre 1887 quando fu portata davanti al tribunale di primo grado di Essex Market, a New York. Il giudice Patrick Duffy si impietosì di fronte a quella strana fanciulla di ventitré anni, dallo sguardo assente e all’apparenza un po’ squinternata. Quel giudice compassionevole non poteva immaginare l’audacia e la scaltrezza che si nascondevano dietro quei modi strambi e quel fare confuso; prima di farla internare al Women’s Lunatic Asylum di Blackwell’s Island, il manicomio della città, invitò la stampa a diffondere il caso di quella povera trovatella nella speranza che un familiare potesse rintracciarla. Ma nessuno si fece avanti, e fu così che Nellie Bly, una cronista del New York World perfettamente sana di mente, riuscì a farsi rinchiudere di sua iniziativa a Blackwell’s Island, per indagare le condizioni di quel manicomio.
Per dieci giorni venne maltrattata alla stregua delle altre internate, che in molti casi venivano relegate lì nonostante fossero perfettamente lucide. Le pazienti venivano svegliate alle cinque e mezza del mattino e costrette a sedere per l’intera giornata su delle panche di legno in una stanza gelida, percosse e derise con crudeltà. Alcune ne morivano, altre ammattivano per via delle torture e delle terapie che i medici e gli infermieri propinavano loro senza cognizione. Nellie Bly era riuscita a documentare tutto: nomi, volti, storie ed episodi.
Il suo stile affilato raccontò di Urena Little-Page, che gli infermieri prendevano sempre in giro, della signora Cotter, svenuta in una vasca di acqua gelida dopo aver subito ogni tipo di maltrattamento. Scrisse della signora Louis Schanz, una tedesca che capiva poco l’inglese e che per questo veniva considerata ritardata, della povera Josephine Despreau, soffocata dagli infermieri per essersi dichiarata sana di mente, di Sarah Fishbaum, internata dal marito perché a parer suo l’aveva tradito. E di tutte le altre. Pochi giorni dopo essere stata “reclamata” dagli avvocati del New York World, venne pubblicato il suo primo articolo Ten Days in a Madhouse (Dieci giorni in un manicomio), che indignò l’opinione pubblica a tal punto da spingere il gran giurì a prendere dei provvedimenti: furono avviate delle indagini e vennero stanziati oltre un milione di dollari per l’assistenza ai malati di mente.
La vita di Nellie Bly cambiò. La ragazza di umili origini, curiosa e appassionata, costretta ad abbandonare gli studi a causa delle ristrettezze economiche della sua famiglia, spiccò il volo. Del resto, la stoffa c’era dall’inizio: il suo primo lavoro al Pittsburgh Dispatch se l’era conquistato scrivendo un’accesa lettera all’editore, in cui confutava brillantemente un articolo sessista apparso sul giornale (era stato lui, poi, a darle il soprannome di Pink, dal colore del suo vestitino del battesimo, e lo pseudonimo di Nellie Bly, dalla canzone di Stephen Foster). E quando, dato l’acume delle inchieste e della penna, l’avevano relegata alle pagine femminili, se ne andò dal Dispatch, chiedendo a Joseph Pulitzer di essere assunta al New York World. Dove esordì – appunto – con la bella prova del Women’s Lunatic Asylum. Così, a questo primo incarico ne seguirono molti altri e Nellie Bly si contraddistinse ogni volta per una partecipazione e un coraggio fuori dall’ordinario, sempre all’insegna del giornalismo d’inchiesta, antesignana di quello sotto copertura. La giornalista si spacciò per ragazza madre con un figlio indesiderato per smascherare il traffico dei neonati, si fece arrestare per indagare la condizione delle detenute nelle prigioni, si infiltrò tra le operaie di una fabbrica di scatole di cartone per documentare il regime di schiavitù a cui erano sottoposte.
Il 14 novembre 1889 partì da New York e circumnavigò il mondo in meno di ottanta giorni: visitò Italia, Regno Unito, Cina, Giappone, Hong Kong e altri Paesi. Si sposò. E dopo la morte del marito, il milionario Robert Seaman, decise di prendere in mano la sua azienda. Ancora una volta, Nellie Bly dovette rimboccarsi le maniche: imparò il funzionamento di ogni macchina della fabbrica, inventò nuovi processi per la fabbricazione di caldaie, contenitori per il latte e lavelli. Fu un dirigente stimato. Si arrese solo alla morte, sopraggiunta all’età di cinquantasette anni a causa di una polmonite. Morì sapendo di aver vissuto intensamente.
Angela Davis simbolo del femminismo nero.
Birmingham (Alabama) 1944
Angela Yvonne Davis è una figura fondamentale per il movimento femminista nero degli anni Settanta. Nata il 26 gennaio da una coppia di insegnanti, relativamente benestante (il padre prese in gestione un distributore di benzina), visse i drammi del razzismo del profondo Sud. Abitava in una zona chiamata Dynamite Hill perché spesso, lì, le case dei neri che vi si trasferivano venivano fatte saltare con la dinamite; con la dinamite fu fatta saltare una chiesa dove morirono tre sue amiche.
Laureata con lode in letteratura francese, passò poi agli studi di filosofia e visse a Parigi e Francoforte dove fu allieva di Adorno, per ritornare poi negli Stati Uniti, dove fu allieva di Herbert Marcuse. In California continuò la sua attività di lotta politica aderendo al SNCC, un comitato di coordinamento della lotta non violenta degli studenti, e successivamente al movimento delle Black Panthers. Dopo l’assassinio di Martin Luther King aderì al Partito Comunista. Conseguita la laurea in filosofia, ottenne la cattedra all’Università di Los Angeles, che le venne dapprima revocata in quanto comunista, ma la revoca fu dichiarata incostituzionale e poté continuare ad insegnare. Tuttavia venne espulsa dall’università quando nel 1970 si adoperò in difesa dei Soledad Brothers, tre detenuti neri accusati di aver ucciso una guardia, e anche in seguito alla sua partecipazione al movimento delle Black Panthers, che andava assumendo sempre più carattere di lotta, anche armata.
Successivamente fu accusata di cospirazione, rapimento e omicidio in relazione al fallito tentativo di un gruppo di attivisti delle Black Panthers, di liberare il detenuto nero George Jackson in un’aula di tribunale: la pistola utilizzata era intestata a suo nome, e Jackson era il grande amore della sua vita (non risulta infatti che Angela abbia avuto altri legami importanti e duraturi); fu quindi arrestata e processata.
L’appassionata difesa che condusse personalmente ed efficacemente nel corso del processo, le consentì di diffondere le sue idee in tutto il mondo, diventando così popolare da mobilitare a suo favore un gran numero di persone che si riunirono in comitati e organizzazioni, non solo negli Stati Uniti ma anche in molti altri paesi.
La sua vicenda portò alla ribalta la sua figura di donna che aveva sempre combattuto per i diritti civili e per i diritti delle donne, scontrandosi talvolta anche con altri appartenenti al Movimento. Sin dagli inizi della sua attività infatti, le sue qualità intellettuali e le sue grandi capacità organizzative l’avevano portata ad assumere responsabilità e ruoli direttivi. Angela venne criticata molto pesantemente dai maschi del movimento perché “svolgeva un lavoro da uomo” e si vide contestare perfino il fatto che le donne volevano impadronirsi dell’organizzazione.
La Davis si rese conto di essere venuta così a contatto con un complesso assai diffuso e radicato tra certi attivisti neri che consideravano la mascolinità nera come qualcosa di separato dalla femminilità nera, e l’impegno diretto delle donne una minaccia all’affermazione della loro virilità. Questa mentalità affermatasi soprattutto con l’islamismo di Louis Farrakhan, contribuì certamente a determinare l’uscita della Davis dal Movimento stesso.
Attraverso il suo intenso lavoro, scritti, conferenze, lezioni universitarie e interviste, Angela Davis condusse un’intensa campagna per interpretare e smontare quello che lei indicava come un mito creato dalla cultura e dalla letteratura dei bianchi per dividere la razza nera e ostacolare il movimento di liberazione, il mito della società matriarcale nera. Da qui la necessità per la Davis di combattere il carattere oppressivo del ruolo attribuito alla donna nella società americana in generale.
Angela Davis ha dedicato la sua vita alla soluzione politica dei problemi del razzismo e dei diritti civili, e le sue vicende personali e il rilievo che ebbero in tutto il mondo la portarono ad essere, in quanto donna e afroamericana, un simbolo sia del femminismo che dell’uguaglianza razziale. La Davis aveva fatto capire alle donne che il lavoro fuori casa non solo rappresentava un importante sostegno economico e motivo di indipendenza, ma anche l’importanza di avere una vita all’esterno della famiglia, con l’opportunità di svolgere un lavoro interessante e realizzare le proprie aspirazioni. Angela insieme ad altre figure, quali Shirley Chisholm, prima donna afroamericana eletta al Congresso americano, hanno mostrato alle donne afroamericane la strada e la possibilità di modificare la propria vita.
Attualmente la Davis insegna Storia della Coscienza all’Università della California, dove dirige anche il Women Institute. Non è più iscritta al Partito Comunista statunitense, ma continua a sostenere gli ideali e i principi di sempre, con quel senso critico che l’ha portata a scagliarsi anche contro la degenerazione del movimento afroamericano verso il fondamentalismo islamico, rappresentato da Nation of Islam di Louis Farrakhan, movimento islamista e maschilista, che ha riempito il vuoto lasciato dalla scomparsa delle laiche e progressiste Pantere Nere.
Laureata con lode in letteratura francese, passò poi agli studi di filosofia e visse a Parigi e Francoforte dove fu allieva di Adorno, per ritornare poi negli Stati Uniti, dove fu allieva di Herbert Marcuse. In California continuò la sua attività di lotta politica aderendo al SNCC, un comitato di coordinamento della lotta non violenta degli studenti, e successivamente al movimento delle Black Panthers. Dopo l’assassinio di Martin Luther King aderì al Partito Comunista. Conseguita la laurea in filosofia, ottenne la cattedra all’Università di Los Angeles, che le venne dapprima revocata in quanto comunista, ma la revoca fu dichiarata incostituzionale e poté continuare ad insegnare. Tuttavia venne espulsa dall’università quando nel 1970 si adoperò in difesa dei Soledad Brothers, tre detenuti neri accusati di aver ucciso una guardia, e anche in seguito alla sua partecipazione al movimento delle Black Panthers, che andava assumendo sempre più carattere di lotta, anche armata.
Successivamente fu accusata di cospirazione, rapimento e omicidio in relazione al fallito tentativo di un gruppo di attivisti delle Black Panthers, di liberare il detenuto nero George Jackson in un’aula di tribunale: la pistola utilizzata era intestata a suo nome, e Jackson era il grande amore della sua vita (non risulta infatti che Angela abbia avuto altri legami importanti e duraturi); fu quindi arrestata e processata.
L’appassionata difesa che condusse personalmente ed efficacemente nel corso del processo, le consentì di diffondere le sue idee in tutto il mondo, diventando così popolare da mobilitare a suo favore un gran numero di persone che si riunirono in comitati e organizzazioni, non solo negli Stati Uniti ma anche in molti altri paesi.
La sua vicenda portò alla ribalta la sua figura di donna che aveva sempre combattuto per i diritti civili e per i diritti delle donne, scontrandosi talvolta anche con altri appartenenti al Movimento. Sin dagli inizi della sua attività infatti, le sue qualità intellettuali e le sue grandi capacità organizzative l’avevano portata ad assumere responsabilità e ruoli direttivi. Angela venne criticata molto pesantemente dai maschi del movimento perché “svolgeva un lavoro da uomo” e si vide contestare perfino il fatto che le donne volevano impadronirsi dell’organizzazione.
La Davis si rese conto di essere venuta così a contatto con un complesso assai diffuso e radicato tra certi attivisti neri che consideravano la mascolinità nera come qualcosa di separato dalla femminilità nera, e l’impegno diretto delle donne una minaccia all’affermazione della loro virilità. Questa mentalità affermatasi soprattutto con l’islamismo di Louis Farrakhan, contribuì certamente a determinare l’uscita della Davis dal Movimento stesso.
Attraverso il suo intenso lavoro, scritti, conferenze, lezioni universitarie e interviste, Angela Davis condusse un’intensa campagna per interpretare e smontare quello che lei indicava come un mito creato dalla cultura e dalla letteratura dei bianchi per dividere la razza nera e ostacolare il movimento di liberazione, il mito della società matriarcale nera. Da qui la necessità per la Davis di combattere il carattere oppressivo del ruolo attribuito alla donna nella società americana in generale.
Angela Davis ha dedicato la sua vita alla soluzione politica dei problemi del razzismo e dei diritti civili, e le sue vicende personali e il rilievo che ebbero in tutto il mondo la portarono ad essere, in quanto donna e afroamericana, un simbolo sia del femminismo che dell’uguaglianza razziale. La Davis aveva fatto capire alle donne che il lavoro fuori casa non solo rappresentava un importante sostegno economico e motivo di indipendenza, ma anche l’importanza di avere una vita all’esterno della famiglia, con l’opportunità di svolgere un lavoro interessante e realizzare le proprie aspirazioni. Angela insieme ad altre figure, quali Shirley Chisholm, prima donna afroamericana eletta al Congresso americano, hanno mostrato alle donne afroamericane la strada e la possibilità di modificare la propria vita.
Attualmente la Davis insegna Storia della Coscienza all’Università della California, dove dirige anche il Women Institute. Non è più iscritta al Partito Comunista statunitense, ma continua a sostenere gli ideali e i principi di sempre, con quel senso critico che l’ha portata a scagliarsi anche contro la degenerazione del movimento afroamericano verso il fondamentalismo islamico, rappresentato da Nation of Islam di Louis Farrakhan, movimento islamista e maschilista, che ha riempito il vuoto lasciato dalla scomparsa delle laiche e progressiste Pantere Nere.
Karen Blixen e "La sua Africa"
«In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong». L’incipit de La mia Africa (traduzione di Lucia Drudi Demby per Feltrinelli) di Karen Blixen (1885-1962) sembra racchiudere tutto il destino di una scrittrice che nel grande continente nero aveva lasciato il cuore. Un imperfetto che subito annuncia un addio. Un abbandono sofferto. Un rivolgimento del sangue.
In Kenya Karen Blixen era arrivata giovane sposa innamorata nel 1913. Il marito, il barone Bror von Blixen-Fineck vi aveva acquistato una casa e una tenuta per la coltivazione del caffè. Un passo inavveduto. Mal calcolato, sussurravano i più. A quella quota, le piante del caffè crescevano con fatica. Una riluttanza a prosperare che fin da subito segnò il destino dell’azienda e della stessa scrittrice.
Là nell’ Africa lontana, all’ombra degli orgogliosi villaggi Masai, la Blixen dovette fare i conti con imprevisti e avversità che di notte le rubavano il sonno; dalla sifilide contratta dal marito infedele (i due si separarono nel 1921) ai problemi economici che sembravano accerchiarla da ogni dove. Eppure tra quelle foreste esotiche e incontaminate trovò anche un bene raro: la felicità. Felicità portata dal grande amore della sua vita: l’inglese Denys Finch Hatton.
Tuttavia il destino aveva in serbo per lei ben altre sorprese. L’addio definitivo e tragico all’Africa giunse infatti nel dicembre del 1931. Persa la fattoria, perduto l’uomo della sua vita in un fatale incidente aereo, Karen Blixen tornò, a pezzi, nella natia Danimarca. Qui nella grande casa avita di Rungsted scrisse i suoi più grandi capolavori, da Sette storie gotiche a Ombre sull’erba e naturalmente quel distillato d’amore per un intero continente che rimane La mia Africa. Un successo letterario che la consolò solo in parte di quel distacco lacerante che aveva drammaticamente scisso la sua vita in due. Un prima e un poi destinati a nutrire fino alla fine tutti i suoi giorni.
Joséphine Baker e il suo gonnellino di banane.
St. Louis, 3 giugno 1906 – Parigi, 12 aprile 1975
E' stata una cantante e danzatrice statunitense,afroamericana poi naturalizzata francese.
Di origine meticcia afroamericana e amerinda degli Appalachi, è sovente considerata come la prima star di colore e tra le più acclamate vedette di Parigi. Ottenne la nazionalità francese nel 1937, e nel corso della Seconda guerra mondiale giocò un ruolo importante nel controspionaggio francese della Francia Libera. Ella utilizzò in seguito la sua grande popolarità nella lotta contro il razzismo e a favore dell'emancipazione dei neri, in particolare sostenendo la lotta per i diritti civili di Martin Luther King.
Di origine meticcia afroamericana e amerinda degli Appalachi, è sovente considerata come la prima star di colore e tra le più acclamate vedette di Parigi. Ottenne la nazionalità francese nel 1937, e nel corso della Seconda guerra mondiale giocò un ruolo importante nel controspionaggio francese della Francia Libera. Ella utilizzò in seguito la sua grande popolarità nella lotta contro il razzismo e a favore dell'emancipazione dei neri, in particolare sostenendo la lotta per i diritti civili di Martin Luther King.
All'età di 13 anni abbandonò la famiglia e cominciò a lavorare come servetta in una casa finché dopo aver subito una punizione esagerata per aver rotto due piatti si dimise. Risparmiando riuscì qualche volta ad acquistare il biglietto per assistere agli spettacoli del Boxer Washington Theatre, riservato ai soli neri. Qui matura il suo amore per il ballo e il canto finché, con grande difficoltà, un giorno riuscì a convincere il direttore a farle un provino. Josephine iniziò così la carriera di ballerina nei piccoli teatri di St. Louis. A sedici anni debuttò a Broadway in una grandiosa rivista, replicata per due anni. Il 2 ottobre 1925 venne inEuropa con la Revue nègre al teatro degli Champs-Elysées.
Inoltre vestita solo di un gonnellino di banane, scatenata nel più pazzo charleston una musica allora ancora sconosciuta in Europa. Josephine incarna una delle immagini tipiche degli anni venti. Un costume inventato per lei dal costumista austriaco Paul Seltenhammer che sarebbe divenuto l'icona di quell'inizio di secolo e della vita parigina. Al teatro degli Champs-Elysées, dove Josephine era divenuta nel frattempo la prima ballerina, la sua bellezza di donna e la sua bravura di artista mandarono Parigi in delirio tanto che il teatro registrò costantemente il tutto esaurito. Nei suoi spettacoli e nelle sue canzoni (alcune delle quali come Yes, we have no Bananas, che cantava nuda, e La canne à sucre sono molto note) unì il gusto piccante e ricercato del varietà francese al folklore della musica africana.
La passionalità delle sue interpretazioni ed il sincero interesse per l'arte popolare le impedirono di cadere nell'esotismo di maniera e suscitarono l'entusiasmo dei parigini per il jazz e le musiche nere.
A quell'epoca, incontra Georges Simenon che la segue sempre in prima fila. Malgrado il successo conquistato, la Revue nègre si inscrive in una visione colonialista del mondo nero e dell'Africa tipica dell'epoca.
Dopo una tournèe in Europa, Joséphine Baker comincia la revue delle Folies Bergère del 1927 accompagnata da un leopardo, che terrorizza l'orchestra e fa fremere di paura il pubblico.
Nel 1927, la giovane star si lancia nella canzone. Nel 1931, riporta un indimenticabile successo con la canzone J'ai deux amours composta daVincent Scott. In questo periodo si sposa segretamente con il nobile siciliano Giuseppe Abatino, matrimonio che durerà 10 anni e si concluderà con la morte di lui.
Alcuni cineasti, come Marc Allégret le proposero anche qualche ruolo cinematografico. I suoi due principali film furono: Zouzou e Principessa Tam Tam, ma non incontrarono il successo di pubblico sperato. Invece sui palcoscenici delle music-hall, ella riuscì a fare ombra alla celebre Mistinguett.
La sua tournée del 1936 negli Stati Uniti non incontra un grande successo. L'America è scettica e certamente la rimprovera di parlare talvolta in francese, o in inglese con accento francese. Rientra in Francia dove ottiene la nazionalità francese nel 1937 sposando un cittadino francese, Jean Lion. Il matrimonio durò soltanto due anni.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, sembra che Joséphine fosse diventata un agente del controspionaggio, tramite Jacques Abtey(capo del controspionaggio militare a Parigi). Per questo motivo, frequenta l'alta società parigina, poi si mobilita a favore della Croce Rossa. Dopo la Campagna di Francia, il 24 novembre 1940 si arruola nei servizi segreti della Francia libera, sempre avendo come tramite il comandante Abtey, che resta suo ufficiale di collegamento fino alla Liberazione, in Francia poi in Africa del nord dove fu sotto la protezione di Si Ahmed Belbachir.
Durante la guerra si fa carico di missioni importanti, utilizzando i suoi spartiti musicali per celare dei messaggi. In seguito fu ingaggiata dal servizio femminile inquadrato nell'armée de l'air, sbarcò a Marsiglia nell'ottobre 1944. Alla Liberazione, proseguì la sua attività a favore della Croce Rossa e canta per i soldati al fronte, seguendo con i suoi musicisti il proseguimento della guerra. Alla fine della guerra, conclusa con il grado di capitano, fu da Charles De Gaulle decorata con la Legion d'Onore.
Nel 1947 si sposò con il direttore d'orchestra Jo Bouillon; insieme acquistarono il castello di Milandes in Dordogna, dove accolsero e adottarono 12 bambini provenienti da diversi paesi del mondo, che verranno bonariamente chiamati "la mia tribù arcobaleno". Per il mantenimento del castello spese completamente tutta la sua fortuna costringendola ad aumentare i concerti della sua banda per aumentare le entrate e proseguire la sua opera.
Nel 1955 amplificò in Europa l'onda di indignazione sollevatasi in America per la morte del giovaneafroamericano Emmett Till, seguita dal rilascio dei due assassini che espressero ciniche dichiarazioni dopo il giudizio, una volta che si erano assicurati l'impunità. Partecipò inoltre nel 1963 alla marcia organizzata da Martin Luther King.
Quando Joséphine fu definitivamente rovinata dalle sue difficoltà finanziarie, la principessa Grace di Monaco, amica della cantante, come lei di origine americana e artista, le offre un alloggio per passare il resto della vita in Costa azzurra e la invita nel Principato di Monaco per numerosi spettacoli di beneficenza.
Nel corso della sua ultima revue a Parigi l'11 aprile 1975, cadde malata e morì poche ore dopo per un'emorragia cerebrale. Era il 12 aprile.
Inoltre vestita solo di un gonnellino di banane, scatenata nel più pazzo charleston una musica allora ancora sconosciuta in Europa. Josephine incarna una delle immagini tipiche degli anni venti. Un costume inventato per lei dal costumista austriaco Paul Seltenhammer che sarebbe divenuto l'icona di quell'inizio di secolo e della vita parigina. Al teatro degli Champs-Elysées, dove Josephine era divenuta nel frattempo la prima ballerina, la sua bellezza di donna e la sua bravura di artista mandarono Parigi in delirio tanto che il teatro registrò costantemente il tutto esaurito. Nei suoi spettacoli e nelle sue canzoni (alcune delle quali come Yes, we have no Bananas, che cantava nuda, e La canne à sucre sono molto note) unì il gusto piccante e ricercato del varietà francese al folklore della musica africana.
La passionalità delle sue interpretazioni ed il sincero interesse per l'arte popolare le impedirono di cadere nell'esotismo di maniera e suscitarono l'entusiasmo dei parigini per il jazz e le musiche nere.
A quell'epoca, incontra Georges Simenon che la segue sempre in prima fila. Malgrado il successo conquistato, la Revue nègre si inscrive in una visione colonialista del mondo nero e dell'Africa tipica dell'epoca.
Dopo una tournèe in Europa, Joséphine Baker comincia la revue delle Folies Bergère del 1927 accompagnata da un leopardo, che terrorizza l'orchestra e fa fremere di paura il pubblico.
Nel 1927, la giovane star si lancia nella canzone. Nel 1931, riporta un indimenticabile successo con la canzone J'ai deux amours composta daVincent Scott. In questo periodo si sposa segretamente con il nobile siciliano Giuseppe Abatino, matrimonio che durerà 10 anni e si concluderà con la morte di lui.
Alcuni cineasti, come Marc Allégret le proposero anche qualche ruolo cinematografico. I suoi due principali film furono: Zouzou e Principessa Tam Tam, ma non incontrarono il successo di pubblico sperato. Invece sui palcoscenici delle music-hall, ella riuscì a fare ombra alla celebre Mistinguett.
La sua tournée del 1936 negli Stati Uniti non incontra un grande successo. L'America è scettica e certamente la rimprovera di parlare talvolta in francese, o in inglese con accento francese. Rientra in Francia dove ottiene la nazionalità francese nel 1937 sposando un cittadino francese, Jean Lion. Il matrimonio durò soltanto due anni.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, sembra che Joséphine fosse diventata un agente del controspionaggio, tramite Jacques Abtey(capo del controspionaggio militare a Parigi). Per questo motivo, frequenta l'alta società parigina, poi si mobilita a favore della Croce Rossa. Dopo la Campagna di Francia, il 24 novembre 1940 si arruola nei servizi segreti della Francia libera, sempre avendo come tramite il comandante Abtey, che resta suo ufficiale di collegamento fino alla Liberazione, in Francia poi in Africa del nord dove fu sotto la protezione di Si Ahmed Belbachir.
Durante la guerra si fa carico di missioni importanti, utilizzando i suoi spartiti musicali per celare dei messaggi. In seguito fu ingaggiata dal servizio femminile inquadrato nell'armée de l'air, sbarcò a Marsiglia nell'ottobre 1944. Alla Liberazione, proseguì la sua attività a favore della Croce Rossa e canta per i soldati al fronte, seguendo con i suoi musicisti il proseguimento della guerra. Alla fine della guerra, conclusa con il grado di capitano, fu da Charles De Gaulle decorata con la Legion d'Onore.
Nel 1947 si sposò con il direttore d'orchestra Jo Bouillon; insieme acquistarono il castello di Milandes in Dordogna, dove accolsero e adottarono 12 bambini provenienti da diversi paesi del mondo, che verranno bonariamente chiamati "la mia tribù arcobaleno". Per il mantenimento del castello spese completamente tutta la sua fortuna costringendola ad aumentare i concerti della sua banda per aumentare le entrate e proseguire la sua opera.
Nel 1955 amplificò in Europa l'onda di indignazione sollevatasi in America per la morte del giovaneafroamericano Emmett Till, seguita dal rilascio dei due assassini che espressero ciniche dichiarazioni dopo il giudizio, una volta che si erano assicurati l'impunità. Partecipò inoltre nel 1963 alla marcia organizzata da Martin Luther King.
Quando Joséphine fu definitivamente rovinata dalle sue difficoltà finanziarie, la principessa Grace di Monaco, amica della cantante, come lei di origine americana e artista, le offre un alloggio per passare il resto della vita in Costa azzurra e la invita nel Principato di Monaco per numerosi spettacoli di beneficenza.
Nel corso della sua ultima revue a Parigi l'11 aprile 1975, cadde malata e morì poche ore dopo per un'emorragia cerebrale. Era il 12 aprile.
Fu seppellita nel cimitero del Principato di Monaco.
Joséphine Baker si era convertita al giudaismo in occasione del suo matrimonio con l'industriale Jean Lionnel 1937, ma questa conversione puramente formale non durò a lungo: infatti Joséphine ricevette funerali cattolici nella Chiesa della Madeleine a Parigi.
Bertrand Delanoë, sindaco di Parigi, nel giugno 2006 (a un secolo dalla nascita) decise di intitolarle la Piscina Municipale "Joséphine Baker" sulla Senna, inaugurata nel luglio 2006 nel 13° arrondissement di Parigi.
Joséphine Baker si era convertita al giudaismo in occasione del suo matrimonio con l'industriale Jean Lionnel 1937, ma questa conversione puramente formale non durò a lungo: infatti Joséphine ricevette funerali cattolici nella Chiesa della Madeleine a Parigi.
Bertrand Delanoë, sindaco di Parigi, nel giugno 2006 (a un secolo dalla nascita) decise di intitolarle la Piscina Municipale "Joséphine Baker" sulla Senna, inaugurata nel luglio 2006 nel 13° arrondissement di Parigi.
http://it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9phine_Baker
"Sconvolgimi il cuore, Consuelo"
1901- 1979
Non apro mai senza tremare i dossiers e i cofanetti dove sono raccolte le lettere di mio marito, i suoi disegni, i suoi telegrammi. Questi messaggi carichi di tenerezza vivente e di segreti portano l’odore tragico e meraviglioso del mio passato. Questi fogli ingialliti, stellati di alti fiori e di piccoli principi sono i testimoni fedeli di questa fortuna perduta, della quale misuro ogni anno di più la grazia ed i privilegi. Questi segni, queste lettere tra le carte blu dei telegrammi, parlano con la sua voce. Ne ritrovo ancora oggi le carezze, lo splendore e le inflessioni. Questa voce che sapeva mescolare come nessun’altra il segreto magico dell’infanzia con il grande sogno alato degli uomini. Ed è perché ancora oggi, ai quattro angoli del mondo, i bambini e gli uomini si meravigliano dei sogni e delle musiche di Saint Exupéry che io mi rassegno a rivelare delle briciole di questo tesoro. Quando questi messaggi mi furono rivolti, venti anni fa, erano di mia esclusiva proprietà. Oggi appartengono a tutti.” Consuelo de Saint-Exupéry 1964
Musa, moglie, amante, madre, sorella. Come emerge da alcune lettere recentemente battute all'asta, la scrittrice e giornalista salvadoregna Consuelo Suncin è stata la donna della vita di Antoine de Saint-Exupéry, il pilota francese autore de “Il Piccolo Principe”. La stessa rosa di cui il protagonista del fortunatissimo libro si prende cura con tanto amore e dedizione è ispirata a questa donna forte e minuta, che nel 1930 a Buenos Aires stregò l'aviatore, allora direttore della linea aeropostale Argentina-Francia.
La relazione tra i due fu tanto intensa quanto tormentata: si amavano alla follia, ma non erano in grado di essere fedeli l'uno all'altro. Saint-Exupéry, uomo fragile e fedifrago, non tollera che colei che nel 1931 in Francia diventò sua moglie possa tradirlo. La vulcanica Parigi degli anni '30 stimola i lati più oscuri di entrambi e il pilota francese sfoga le proprie frustrazioni in volo: quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale si arruola subito nell'aviazione militare, ma giro di breve tempo dove fermarsi a causa di alcuni malanni.
Nel 1943 è a New York con la moglie: ha appena finito di scrivere “Il Piccolo Principe” quando viene chiamato per partecipare a una nuova missione. Morirà l'anno successivo, in apparenza abbattuto da un aereo tedesco mentre eseguiva un volo di ricognizione dalla Corsica alla Francia.
La burrascosa storia d'amore tra i due è raccontata in “Memorie della rosa”, l'opera di Consuelo pubblicata nel 2000 a 20 anni di distanza dalla morte della donna.
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