Troppe cose rimpiccioliscono la vita

giovedì 14 marzo 2019

Dell'amore e le sue allucinazioni.

Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell'aria, tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla 'compassione' (la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni) verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza. 
E l'amore che s instilla tra loro è un sogno allucinato, l’idillio, la nostalgia del Paradiso, la vertigine, la sensazione che si prova all’avvicinamento di poli contrapposti che da una distanza immensa arrivano a toccarsi. 
Questo accade tra i personaggi del mio romanzo preferito, ovvero “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera nel quale si forma il quadro perfetto delle affinità elettive.

Per lungo tempo mi sono identificata in Tereza, uno dei personaggi chiave, cullata dall'alternarsi della pesantezza e leggerezza delle mie emozioni, sentendomi talvolta addirittura speciale per aver vissuto un amore romanzesco con un lui colpevole del mio destino incompiuto.

Il lui in questione non è più la persona dall'animo sensibile che un tempo mi ha fatto innamorare, non è una persona che pratica il rispetto, non è più degno di stima.
Oggi è un un autentico egocentrico che si pavoneggia della sua vita dissoluta ignorando di essere una persona profondamente debole e chiaramente vittima di se stesso.

Pur dividendo lo stesso tetto e letto con la donna di sempre, attraverso messaggi, dediche in musica o patetici complimenti, dopo più di due decenni dalla fine della nostra relazione, continua a fare l’adulatore rispolverando un romanticismo al sapore di muffa, semplicemente per regalarsi un momento di vitalità o vanità.

Ha fatto della menzogna il suo stile di vita.
Sguazza in mondi paralleli, in dimensioni irreali e surreali senza accorgersi della commedia che recita ogni giorno.
E’ una maschera. Un animale non addomesticato. 
Una persona che ha sempre ignorato la leggerezza con cui ha banalizzato i miei sentimenti, il modo brutale con cui mi ha lasciato andare via dopo essersi preso tutto di me rendendo il mio corpo esangue.

Per anni ho sentito il dolore vivido sulla mia pelle.
I tanti sensi di colpa per non essermi saputa difendere, mi hanno annichilita, hanno creato in me un senso di inadeguatezza e spesso mi sono sentita non meritevole di nulla. Mi sono sentita il "niente”.

Ma la sofferenza non sovrasta le nostre vite per farci un torto. Per inondarci di dolore gratuito.
Arriva per evolverci, per regalarci una versione migliore di noi stessi. Per farci sentire più aderenti a quella parte nascosta di noi, quella che fa rumore e che ignoriamo per paura di udire il nostro severo grillo parlante.
E chi non si ascolta, inevitabilmente si ammala.

Le ripide salite, le curve e i tratti impervi sono stati tanti ma finalmente è arrivato nella mia vita uno spiraglio di luce .
Ho iniziato a sfilare, se non tutte, molte delle spine che lui incoscientemente ha lasciato in ogni angolo del mio corpo, ed oggi quelle ferite fanno meno male perché so di non essere una donna debole, ma fragile e in quanto tale mi sono accolta è in parte, perdonata.
Esattamente come Eco, insicura, sensibile, ingenua, generosa, spesso in balia del vento, avendo bisogno di sentirmi grandiosa, utile, compiacevo lui, senza accorgermi che nel frattempo mi annullavo.
Lui dall’altro canto da bravo narcisista, bisognoso di sentirsi "importante", si serviva di me per nutrire il suo smisurato ego, evidentemente ancora affamato.

Eppure un tempo, tutto sembrava un incastro perfetto, eravamo certi che il nostro amore sarebbe sopravvissuto a crolli e tempeste e che nulla avesse scalfito il desiderio di essere sempre in piedi l'uno di fronte all'altro, occhi negli occhi, respiro contro respiro, mani nelle mani, solo per  trovare un gesto, una melodia, uno sguardo salvifico, forse "l’eternità"! 

Abbiamo chiaramente confuso la passione, l'alchimia, la chimica, con “l’amore", quello sacro e sano, in cui non si ha il bisogno di compiacere ma si ha principalmente voglia di piacersi per stare bene "anche" con l’altro.

Ho letto da qualche parte che "la tempesta" in amore o presunto che sia, non è mai una scelta, è un ordine. E noi abbiamo obbedito alle sue regole religiosamente raggiungendo vette altissime per poi cadere in picchiata libera con le ali bruciate.


Ma la vita, quella vera, quella di tutti i giorni fatta di slanci e di passi all’indietro, non è un poetico volo pindarico, non è un romanzo, è tutt’altra storia, una gran bella storia che abbiamo deciso di scrivere separatamente in cui Eco ha riacquistato la voce mentre l'immagine di Narciso è rimasta immutata.
Quindi ciò che rimane non è altro che il ricordo di una vertigine. Una allucinazione!

Pubblicato da Francesca alle 15:42 Nessun commento:
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lunedì 15 ottobre 2018

Chiamami con il tuo nome




L'estate del “primo amore” è quei momenti che si piantano nella nostra memoria e germogliano malinconia: l'ebbrezza dell'incontro e la gioia della scoperta, gli inevitabili tormenti e la sofferenza della separazione? Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name) parla di questo e di tanto altro. Pluri-premiato, pluri-acclamato e pluri-applaudito (ha ricevuto una standing ovation di 10 minuti la più lunga della storia del New York Film Festival), il film di Luca Guadagnino, un’ode alla giovinezza e alle passioni fugaci.

Estate 1983. Elio (Timothée Chalamet) è un diciassettenne italoamericano di origine ebraica che trascorre le vacanze nella signorile casa di famiglia. Giornate sospese in compagnia dei familiari in un ozioso benessere borghese senza tempo, tra cultura e ottimo cibo. Ma l'arrivo di un estraneo, il ricercatore universitario Oliver (Armie Hammer), manda in frantumi la cristallizzata monotonia: il ragazzo non solo innesca un dialogo tra i presenti assopiti, ma li porta anche a patti con se stessi. È a questo punto che Elio scopre aspetti ancora ignoti della propria sessualità, e tra gite in bicicletta, bagni al fiume e incontri con una coetanea, pensa a Oliver finché finalmente non trova il coraggio di confessargli il proprio amore.

Mentre il romanzo di Aciman è ambientato in Liguria, Guadagnino ha scelto per il suo film una location lontana dal mare, vicino alla città di Crema, in Lombardia, dove il regista abita. La postazione principale della residenza dei Perlman era una casa familiare disabitata a Moscazzano. Sei settimane prima dell’inizio della produzione, i realizzatori, tra cui la set decorator Violante Visconti (la pronipote di Luchino), hanno gradualmente arredato il posto con dei mobili, degli oggetti e delle decorazioni che la famiglia Perlman avrebbe potuto accumulare durante tutta la vita.

Non è un film sull'amore gay. Ha detto il regista: «Non penso sia un film su una storia d'amore gay, per me è più un film sull'aurora di una persona che diventa un'altra persona, un film sul desiderio che non conosce definizioni di genere. E infine è anche un film sulla famiglia: ho molto pensato che potesse essere il primo passo verso il canone disneyano, inteso come un tipo di racconto emotivo in cui il gruppo di famiglia è un luogo in cui ci si migliora a vicenda».

Incredibile, uno dei film migliori degli ultimi anni.
Sicuramente non è 
per tutti: sottile e sofisticato, mai banale nella sua apparente semplicità, delicato e sensuale, forte e malinconico, scava nel profondo e ti resta dentro, ed è questo ciò che un film del genere dovrebbe suscitare!
Interpretazioni magistrali ( il giovane Timothée Chalamet è da oscar ) regia ineccepibile, colori, musiche, dialoghi, ogni singolo momento è di pura bellezza. Perchè è anche di questo che si parla, di bellezza, pura, classica, la bellezza del desiderio.
 Di noioso ha solo il fastidio della gente che non capendolo lo definisce tale.



Prevedo che il dialogo con il padre sarà ricordato a lungo nel cinema:

Quando meno te lo aspetti, la natura ha astuti metodi per trovare il tuo punto più debole. Tu ricordati che sono qui. Adesso magari non vuoi provare niente, magari non vorrai mai provare niente e, sai, magari non è con me che vorrai parlare di queste cose. Però prova qualcosa, perché l’hai già provata. Senti, avete avuto una splendida amicizia, forse più di un’amicizia, e io ti invidio. Al mio posto, un padre spererebbe che tutto questo svanisse, pregherebbe che il figlio cadesse in piedi ma non sono quel tipo di padre. Strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite che finiamo in bancarotta già a trent’anni. E abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova, ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa…che spreco. Ho parlato a sproposito? Allora, dico un’ultima cosa. Per chiarire meglio. Forse ci sono andato vicino, ma non ho mai avuto una cosa così. Qualcosa mi ha sempre frenato prima, si è messa di mezzo. Come vivrai saranno affari tuoi, però ricordati: il cuore e il corpo ci vengono dati soltanto una volta e, in men che non si dica, il tuo cuore è consumato e, quanto al tuo corpo, a un certo punto nessuno più lo guarda e ancor meno ci si avvicina. Tu adesso senti tristezza, dolore, non ucciderli, al pari della gioia che hai provato.








Pubblicato da Francesca alle 10:45 Nessun commento:
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domenica 14 ottobre 2018

La mia Africa



Regia di Sydney Pollack con Meryl Streep, Robert Redford

America 1985

Nel 1914, la ricca danese Karen Blixen sposa con un matrimonio d'interesse il barone svedese von Blixen-Finecke e si trasferisce insieme a lui in Kenya, per occuparsi di una piantagione di caffè. Mentre è in Africa a gestire la proprietà Karen, trascurata dal marito, conosce l'avventuriero inglese Denys Finch-Hatton e si innamora di lui; ma nel frattempo, la donna dovrà affrontare numerose difficoltà.
La mia Africa è l'adattamento cinematografico del celebre romanzo autobiografico della nota scrittrice Isak Dinesen (pseudonimo della stessa Karen Blixen), prodotto e diretto nel 1985 dal regista di Come eravamo Sydney Pollack e sceneggiato da Kurt Luedtke, che si è ispirato anche a due biografie della Blixen e di Finch-Hatton. In oltre due ore e mezzo di durata, l'opera di Pollack racconta la vita della baronessa danese Karen Blixen negli anni compresi fra il 1914 e il 1931, la sua esperienza nel continente africano e la tormentata passione per l'avventuriero Denys Finch-Hutton; ad interpretare i ruoli dei protagonisti sono due attori del calibro di Robert Redford e Meryl Streep. Realizzato con un notevole sforzo produttivo, La mia Africa si è rivelato uno dei maggiori successi del decennio (240 milioni di dollari d'incasso) ed ha ricevuto le lodi unanimi della critica, aggiudicandosi ben sette premi Oscar (tra cui miglior film, regia e sceneggiatura) e tre Golden Globe.
Costruito come un film dal respiro classico, La mia Africa si propone da una parte come una tradizionale love-story cinematografica, ricca di momenti romantici e struggenti (ma senza mai scivolare nel patetico); dall'altra, invece, la pellicola di Pollack è soprattutto il viaggio spirituale di una donna alla scoperta di un continente selvaggio e sconosciuto, ricco di mistero e di fascino. Oltre ai ricordi dell'Africa, un altro elemento di rilievo della trama è il topos del racconto e del potere immaginifico della parola: Karen, la scrittrice, è anche la donna capace ammaliare gli ascoltatori con le proprie favole; storie create dal nulla e narrate durante la notte, come Scheherazade. A fare da sfondo alle vicende c'è poi il suggestivo paesaggio africano con i suoi panorami mozzafiato, splendidamente fotografati da David Watkin.
In questo film lirico e contemplativo, confezionato in maniera impeccabile, un apporto fondamentale è costituito dalla mirabile interpretazione della protagonista Meryl Streep, che per il ruolo della Blixen ha imparato perfino a parlare in inglese con accento danese. Nella colonna sonora, oltre alle composizioni di Mozart ascoltate dalla Blixen con il giradischi regalatole da Denys, anche le meravigliose musiche di John Barry (inclusa la stupenda Flying over Africa), premiate con l'Oscar.




Pubblicato da Francesca alle 17:28 Nessun commento:
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Se mi annoio mi sento vecchissima - Coco Chanel



COCO AVANT CHANEL - Film di Anne Fontaine. Con Audrey Tautou Francia 2008


Una bambina che viene mandata con la sorella in un orfanotrofio nel centro della Francia e ogni domenica aspetta invano che arrivi il padre a cercarla. Un'artista di cabaret con una voce fioca che canta per un pubblico di soldati ubriachi. Una umile sartina, che cuce orli nel retro di una sartoria di provincia. Una giovane, magrissima mantenuta, a cui Etienne Balsan, il suo amante, offre un rifugio sicuro, tra ozi e piaceri. Una donna innamorata che sa che non sarà mai la moglie di nessuno e rifiuta di sposarsi persino con Boy Capel, l'uomo che ricambia il suo amore. Una ribelle che trova opprimenti le convenzioni del suo tempo e indossa gli abiti dei suoi amanti. Questa è la storia di Gabrielle 'Coco' Chanel che, da ostinata orfana, attraverso un percorso straordinario, diventa la leggendaria creatrice d'alta moda che ha incarnato la donna moderna ed è diventata un simbolo di successo, libertà e stile.



 La bellezza non sta ne dentro ne fuori, sta nell'aria che ti circonda.

Pubblicato da Francesca alle 17:11 Nessun commento:
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mercoledì 10 ottobre 2018

Grazia Deledda- unica donna Italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura


Nacque a Nuoro il 27 settembre 1871 da famiglia agiata. Frequentò le classi elementari solo fino alla quarta, mentre i suoi fratelli poterono completare gli studi superiori. Dopo la morte precoce del padre, ancora adolescente seguì in campagna il fratello Andrea, che amministrava il patrimonio familiare. Pur mantenendo forti legami con la natura e con la primordiale società dei pastori sardi, si dedicò a letture appassionate e cominciò a scrivere e a spedire le sue prime novelle ai giornali (Sangue sardo apparve nel luglio 1888 in L’ultima moda). Dal 1889 iniziò a collaborare a La Sardegna e ad altri periodici sardi. Nel 1890 pubblicò la raccolta di racconti nell’azzurro, vicini per ispirazione ai modelli della narrativa popolare.
Nel 1892 Natura e Arte, la rivista di Angelo De Gubernatis, la coinvolse in un progetto nazionale di studi sul folklore locale: i materiali da lei raccolti apparvero in rivista e poi in volume (Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, 1895). Sempre nel 1892 uscì il romanzo Fior di Sardegna, ispirato all’opera di Matilde Serao e a Storia di una capinera di Giovanni Verga. I successivi romanzi (Anime oneste, 1895, e La via del male, 1896) ebbero prefazioni di Ruggero Bonghi e di Capuana. Man mano la Deledda precisava e approfondiva i suoi temi caratteristici: l’etica patriarcale del mondo sardo e le sue atmosfere ancestrali, fatte di affetti intensi e selvaggi. Nacquero così altri romanzi (Il tesoro, 1897; il vecchio della montagna, 1899 ecc.), novelle e poesie.
Nel gennaio 1900 sposò un funzionario ministeriale e si stabilì con lui a Roma, ma non trovò, nella capitale, la vita aristocratica e mondana sognata leggendo i romanzi di D’Annunzio. Visse sempre appartata; uniche eccezioni un viaggio a Parigi nel 1910 e poi il premio Nobel ritirato nel 1926 a Stoccolma. Tra i suoi romanzi ricordiamo Elias Portolu al vento (1903), Marianna Sirca (1915), L’incendio nell’uliveto (1918), La madre (1920, ripubblicato in inglese nel 1928 con prefazione di D.H Lawrence). La sua autobiografia romanzata, Cosima, uscì postuma nel 1937. Morì a Roma nell’agosto 1936.



Pubblicato da Francesca alle 19:09 Nessun commento:
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Nelly Bly la ragazza che invento il giornalismo d'inchiesta e che fece il giro del mondo in 72 gg



Elizabeth Jane Cochran, in arte Nellie Bly, aveva fegato. Era il settembre 1887 quando fu portata davanti al tribunale di primo grado di Essex Market, a New York. Il giudice Patrick Duffy si impietosì di fronte a quella strana fanciulla di ventitré anni, dallo sguardo assente e all’apparenza un po’ squinternata. Quel giudice compassionevole non poteva immaginare l’audacia e la scaltrezza che si nascondevano dietro quei modi strambi e quel fare confuso; prima di farla internare al Women’s Lunatic Asylum di Blackwell’s Island, il manicomio della città, invitò la stampa a diffondere il caso di quella povera trovatella nella speranza che un familiare potesse rintracciarla. Ma nessuno si fece avanti, e fu così che Nellie Bly, una cronista del New York World perfettamente sana di mente, riuscì a farsi rinchiudere di sua iniziativa a Blackwell’s Island, per indagare le condizioni di quel manicomio.


Per dieci giorni venne maltrattata alla stregua delle altre internate, che in molti casi venivano relegate lì nonostante fossero perfettamente lucide. Le pazienti venivano svegliate alle cinque e mezza del mattino e costrette a sedere per l’intera giornata su delle panche di legno in una stanza gelida, percosse e derise con crudeltà. Alcune ne morivano, altre ammattivano per via delle torture e delle terapie che i medici e gli infermieri propinavano loro senza cognizione. Nellie Bly era riuscita a documentare tutto: nomi, volti, storie ed episodi.
Il suo stile affilato raccontò di Urena Little-Page, che gli infermieri prendevano sempre in giro, della signora Cotter, svenuta in una vasca di acqua gelida dopo aver subito ogni tipo di maltrattamento. Scrisse della signora Louis Schanz, una tedesca che capiva poco l’inglese e che per questo veniva considerata ritardata, della povera Josephine Despreau, soffocata dagli infermieri per essersi dichiarata sana di mente, di Sarah Fishbaum, internata dal marito perché a parer suo l’aveva tradito. E di tutte le altre. Pochi giorni dopo essere stata “reclamata” dagli avvocati del New York World, venne pubblicato il suo primo articolo Ten Days in a Madhouse (Dieci giorni in un manicomio), che indignò l’opinione pubblica a tal punto da spingere il gran giurì a prendere dei provvedimenti: furono avviate delle indagini e vennero stanziati oltre un milione di dollari per l’assistenza ai malati di mente.
La vita di Nellie Bly cambiò. La ragazza di umili origini, curiosa e appassionata, costretta ad abbandonare gli studi a causa delle ristrettezze economiche della sua famiglia, spiccò il volo. Del resto, la stoffa c’era dall’inizio: il suo primo lavoro al Pittsburgh Dispatch se l’era conquistato scrivendo un’accesa lettera all’editore, in cui confutava brillantemente un articolo sessista apparso sul giornale (era stato lui, poi, a darle il soprannome di Pink, dal colore del suo vestitino del battesimo, e lo pseudonimo di Nellie Bly, dalla canzone di Stephen Foster). E quando, dato l’acume delle inchieste e della penna, l’avevano relegata alle pagine femminili, se ne andò dal Dispatch, chiedendo a Joseph Pulitzer di essere assunta al New York World. Dove esordì – appunto – con la bella prova del Women’s Lunatic Asylum. Così, a questo primo incarico ne seguirono molti altri e Nellie Bly si contraddistinse ogni volta per una partecipazione e un coraggio fuori dall’ordinario, sempre all’insegna del giornalismo d’inchiesta, antesignana di quello sotto copertura. La giornalista si spacciò per ragazza madre con un figlio indesiderato per smascherare il traffico dei neonati, si fece arrestare per indagare la condizione delle detenute nelle prigioni, si infiltrò tra le operaie di una fabbrica di scatole di cartone per documentare il regime di schiavitù a cui erano sottoposte.
Il 14 novembre 1889 partì da New York e circumnavigò il mondo in meno di ottanta giorni: visitò Italia, Regno Unito, Cina, Giappone, Hong Kong e altri Paesi. Si sposò. E dopo la morte del marito, il milionario Robert Seaman, decise di prendere in mano la sua azienda. Ancora una volta, Nellie Bly dovette rimboccarsi le maniche: imparò il funzionamento di ogni macchina della fabbrica, inventò nuovi processi per la fabbricazione di caldaie, contenitori per il latte e lavelli. Fu un dirigente stimato. Si arrese solo alla morte, sopraggiunta all’età di cinquantasette anni a causa di una polmonite. Morì sapendo di aver vissuto intensamente.





Pubblicato da Francesca alle 19:00 Nessun commento:
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Angela Davis simbolo del femminismo nero.





Birmingham (Alabama) 1944 

Angela Yvonne Davis è una figura fondamentale per il movimento femminista nero degli anni Settanta. Nata il 26 gennaio da una coppia di insegnanti, relativamente benestante (il padre prese in gestione un distributore di benzina), visse i drammi del razzismo del profondo Sud. Abitava in una zona chiamata Dynamite Hill perché spesso, lì, le case dei neri che vi si trasferivano venivano fatte saltare con la dinamite; con la dinamite fu fatta saltare una chiesa dove morirono tre sue amiche.
Laureata con lode in letteratura francese, passò poi agli studi di filosofia e visse a Parigi e Francoforte dove fu allieva di Adorno, per ritornare poi negli Stati Uniti, dove fu allieva di Herbert Marcuse. In California continuò la sua attività di lotta politica aderendo al SNCC, un comitato di coordinamento della lotta non violenta degli studenti, e successivamente al movimento delle Black Panthers. Dopo l’assassinio di Martin Luther King aderì al Partito Comunista. Conseguita la laurea in filosofia, ottenne la cattedra all’Università di Los Angeles, che le venne dapprima revocata in quanto comunista, ma la revoca fu dichiarata incostituzionale e poté continuare ad insegnare. Tuttavia venne espulsa dall’università quando nel 1970 si adoperò in difesa dei Soledad Brothers, tre detenuti neri accusati di aver ucciso una guardia, e anche in seguito alla sua partecipazione al movimento delle Black Panthers, che andava assumendo sempre più carattere di lotta, anche armata.
Successivamente fu accusata di cospirazione, rapimento e omicidio in relazione al fallito tentativo di un gruppo di attivisti delle Black Panthers, di liberare il detenuto nero George Jackson in un’aula di tribunale: la pistola utilizzata era intestata a suo nome, e Jackson era il grande amore della sua vita (non risulta infatti che Angela abbia avuto altri legami importanti e duraturi); fu quindi arrestata e processata.
L’appassionata difesa che condusse personalmente ed efficacemente nel corso del processo, le consentì di diffondere le sue idee in tutto il mondo, diventando così popolare da mobilitare a suo favore un gran numero di persone che si riunirono in comitati e organizzazioni, non solo negli Stati Uniti ma anche in molti altri paesi.
La sua vicenda portò alla ribalta la sua figura di donna che aveva sempre combattuto per i diritti civili e per i diritti delle donne, scontrandosi talvolta anche con altri appartenenti al Movimento. Sin dagli inizi della sua attività infatti, le sue qualità intellettuali e le sue grandi capacità organizzative l’avevano portata ad assumere responsabilità e ruoli direttivi. Angela venne criticata molto pesantemente dai maschi del movimento perché “svolgeva un lavoro da uomo” e si vide contestare perfino il fatto che le donne volevano impadronirsi dell’organizzazione.
La Davis si rese conto di essere venuta così a contatto con un complesso assai diffuso e radicato tra certi attivisti neri che consideravano la mascolinità nera come qualcosa di separato dalla femminilità nera, e l’impegno diretto delle donne una minaccia all’affermazione della loro virilità. Questa mentalità affermatasi soprattutto con l’islamismo di Louis Farrakhan, contribuì certamente a determinare l’uscita della Davis dal Movimento stesso.
Attraverso il suo intenso lavoro, scritti, conferenze, lezioni universitarie e interviste, Angela Davis condusse un’intensa campagna per interpretare e smontare quello che lei indicava come un mito creato dalla cultura e dalla letteratura dei bianchi per dividere la razza nera e ostacolare il movimento di liberazione, il mito della società matriarcale nera. Da qui la necessità per la Davis di combattere il carattere oppressivo del ruolo attribuito alla donna nella società americana in generale. 
Angela Davis ha dedicato la sua vita alla soluzione politica dei problemi del razzismo e dei diritti civili, e le sue vicende personali e il rilievo che ebbero in tutto il mondo la portarono ad essere, in quanto donna e afroamericana, un simbolo sia del femminismo che dell’uguaglianza razziale. La Davis aveva fatto capire alle donne che il lavoro fuori casa non solo rappresentava un importante sostegno economico e motivo di indipendenza, ma anche l’importanza di avere una vita all’esterno della famiglia, con l’opportunità di svolgere un lavoro interessante e realizzare le proprie aspirazioni. Angela insieme ad altre figure, quali Shirley Chisholm, prima donna afroamericana eletta al Congresso americano, hanno mostrato alle donne afroamericane la strada e la possibilità di modificare la propria vita. 
Attualmente la Davis insegna Storia della Coscienza all’Università della California, dove dirige anche il Women Institute. Non è più iscritta al Partito Comunista statunitense, ma continua a sostenere gli ideali e i principi di sempre, con quel senso critico che l’ha portata a scagliarsi anche contro la degenerazione del movimento afroamericano verso il fondamentalismo islamico, rappresentato da Nation of Islam di Louis Farrakhan, movimento islamista e maschilista, che ha riempito il vuoto lasciato dalla scomparsa delle laiche e progressiste Pantere Nere.




    Pubblicato da Francesca alle 18:50 Nessun commento:
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