Come da prescrizione del mio terapeuta, anche oggi ho dedicato circa 15 minuti ad una pratica prevista dalla cosiddetta "terapia strategica", ovvero alla simulazione di fantasie negative che paradossalmente servono a destrutturare in parte gli attacchi di panico o peggio dire, la paura di morire.
Tutto è iniziato una sera qualunque di due anni fa...ero in autostrada, sola, e guidavo verso casa. Improvvisamente, vengo travolta da una sensazione destabilizzante, perdendo totalmente il controllo sul mio corpo.
Non sentivo più le mani, le gambe sembravano due pezzi di legno, grondavo di sudore freddo, il cuore voleva esplodermi dal petto e respiravo a rilento.
Non ho idea di cosa si provi a due passi dalla morte ma in quel momento l'ho sentita molto vicina.
Fortunatamente l'incubo e' durato solo alcuni secondi, ma purtroppo sono bastati per sconvolgermi completamente la vita.
Da quell'episodio tante cose sono cambiate, e fino a quando non ho deciso di farmi aiutare, ho vissuto con estrema difficoltà, rituali normalissimi, tipo guidare, viaggiare, stare in mezzo alla gente; perennemente immobilizzata dalla paura che da un momento all'altro quell'onda potesse invadermi nuovamente, con tutta la sua mostruosa violenza.
Insomma, non è stato facile vivere con la spada di Damocle sulla testa, le crisi di panico non avvertono mai quando arrivano, se ne puó essere vittime in qualsiasi momento: mentre si lavora, mentre si è al supermercato, mentre si cammina per strada, e l'unico posto in cui ci si sente protetti, sono le mura di casa.
Ancora oggi faccio fatica a vivere in modo "ordinario" ma grazie al percorso terapeutico che ho poi intrapeso, qualcosa è sicuramente cambiato.
C'e' da dire che non è stata una scelta repentina, purtroppo in questi casi oltre alla mancanza di fiducia si aggiunge la paura di filtrarsi nel proprio vissuto, ma non sempre si ha la possibilità di scegliere, soprattutto quando il corpo diventa terrorista fregandosene di ciò che si è costruito nella testa e l'unica strada da percorrere rimane quella in salita. Quella del coraggio: per sezionarsi, per guardarsi finalmente in faccia.
Oggi, dopo un lungo e faticoso lavoro che io chiamo di "rielaborazione", sto decisamente meglio, e anche se non so esattamente quanto tempo ci vorrà per riprendere la mia totale autonomia, sento di essere sulla buona strada, sento che la mia inconscia volontà di uscire dal buio inizia a farmi intravedere qualche spiraglio di luce.
Lentamente ho imparato ad attraversare ogni percezione che mi arriva, accogliendola, facendomi invadere dolcemente senza opporre resistenza.
Lentamente ho imparato che il panico non è un nemico, ma è uno sconosciuto che dovevo imparare a riconoscere per non farmi più spaventare.
Lentamente ho imparato a gestire le crisi che sono sempre meno frequenti e meno intense. Ora so che di panico non si muore, si tratta solo di una conseguenziale drammatizzazione di sensazioni indecifrabili che arrivano all'improvviso, senza un motivo preciso, rilasciate probabilmente da una mente stanca di essere stata per troppo tempo rigida, vigile, esigente, ricattata, annichilita ed indebolita da continui sensi di colpa.
Lentamente ho imparato ad attraversare ogni percezione che mi arriva, accogliendola, facendomi invadere dolcemente senza opporre resistenza.
Lentamente ho imparato che il panico non è un nemico, ma è uno sconosciuto che dovevo imparare a riconoscere per non farmi più spaventare.
Lentamente ho imparato a gestire le crisi che sono sempre meno frequenti e meno intense. Ora so che di panico non si muore, si tratta solo di una conseguenziale drammatizzazione di sensazioni indecifrabili che arrivano all'improvviso, senza un motivo preciso, rilasciate probabilmente da una mente stanca di essere stata per troppo tempo rigida, vigile, esigente, ricattata, annichilita ed indebolita da continui sensi di colpa.
Lentamente inizio a perdonarmi di più accettando quelli che sono i miei limiti e le mie fragilità.
Lentamente...
inizio ad amarmi di più!
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