lunedì 19 novembre 2012
Non ci si può sentire nobili nell'avere un figlio se prima non si diventa figli e genitori di se stessi
Non esiste una parola per definire l'assenza di figli. Figli mai nati per scelta o per destino. Una parola che coagulasse tutte queste esperienze non si è mai trovata, forse perché da sempre considerate innaturali. Nella nostra società proiettata da secoli sulla discendenza piuttosto che sull'ascendenza, che calcola la propria nobiltà sui successi dei figli, la loro perdita può apparire più straziante di quella di un genitore: forse sarebbe ora di inventare una parola per l'orfano di figli, e forse qualcuno lo farà.
Quando i figli non sono arrivati, nel desiderio irrealizzabile di averli, nella rinuncia dolorosa, si determina un vissuto ora di vuoto, ora di mancanza incolmabile.
Quali siano state le scelte prima o poi è il nostro destino genetico che ci pone delle domande: come lenire questo malessere? Come trovare figli alternativi e cioè adottivi e simbolici?
Le strategie compensative sono tante, ciascuno è libero di trovarle.
Vuoto e mancanza possono essere temperati occupandosi degli altri, dedicandosi ad esperienze creative, educando, scrivendo, imparando uno strumento musicale, viaggiando, piantando alberi, o più semplicemente, amando.
L'antidoto c'è, è il poter essere generativi in altre direzioni. Non per ipernarcisismo, ma perché la cura di noi stessi può diventare un arte di vivere.
La mancanza obbliga ad affrontare il tempo vuoto, l'attesa, condizioni oggi sospese dalla nostra vita.
La mancanza dopotutto smaschera inevitabilmente l'illusione narcisistica dell'autosufficienza e invita a condurre una vita consapevole, responsabile, pienamente umana, ma la mancanza prima o poi attraversa tutti, fa parte della condizione umana scoprirsi inappagati, incompiuti. Genitori o meno, ci imbatteremo tutti nell'ineluttabilità della fine.
Certo l'avere figli aiuta ad allontanare talvolta la verità sull'assurdità del vivere, ma di chi figli non ne ha avuto, non potrà che accettarla, e anche se un giorno dovesse compiersi il miracolo, ora non può che farne una occasione di meditazione sul senso della vita. Una maniera di vivere che non deve essere consolatoria, ma che può ripristinare virtù desuete come l'introspezione, l'accettazione dell'inevitabile, la bellezza del mistero. Ed è una esperienza conoscitiva un sapere nuovo, sconosciuto a chi di figli ne ha avuti senza essere prima diventato figlio e genitore di se stesso.
Genitori o meno, si tratta in ogni caso di chiedersi se la nostra esistenza è dedita all'incanto di non smettere mai di esplorare, di interrogare se stessi e la vita, o se preferiamo vivere dimenticando il compito umano di crescere, scoprire, cercare, finché la nostra mente sia abitata dal desiderio del bello, dalla passione di esistere.
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